Eni “riscalda” le trivelle: a quando il via?
Con la firma della Soprintendenza ai beni archeologici della Puglia Eni ha le carte in regola per cercare idrocarburi liquidi e gassosi.
“Menù turistico: spaghetti al nero petrolio, paranza alla trivella, amaro Prestigiacomo”. Fortunatamente per voi non troverete mai un chef capace di servirvi un menù del genere anche perché, nonostante “l’amaro” finale, difficilmente riuscireste a digerire gli spaghetti al nero petrolio e la paranza alla trivella. Il cenone di Natale non sarà stravolto da stravaganze culinarie, state tranquilli. La tradizione non si tocca, almeno per quest’anno. Ma qualcosa bolle in pentola, questo lo abbiamo capito. Ed allora siamo più espliciti. Eni, con la firma della Soprintendenza ai beni archeologici della Puglia in calce alla richiesta di un parere sulle perforazioni, richiesta dal ministero per i Beni culturali, da qualche giorno ha le carte in regola per cercare poco lontano dalle coste tarantine idrocarburi liquidi e gassosi. Forse non diventeremo il Mare del Nord, o le coste della Nigeria. Ma quell’ostacolo che si poneva fra le trivelle Eni e i fondali di Mar Grande ora è caduto aprendo scenari nuovi. Stando a quanto leggiamo dai documenti ufficiali, la ricerca che verrà effettuata dall’’Eni prevede la trivellazione di un solo pozzo a fini esplorativi e l’utilizzo di “linee sismiche” per le altre attività di analisi del sottosuolo. Ma proprio quest’ultimo punto lascia aperte alcune domande sulla vastità e sul possibile impatto delle ricerche e dei futuri eventuali pozzi. L’Eni ha rivisto i “confini” dell’area di Mar Grande nella quale effettuare le ricerche, escludendo le zone costiere “di pregio ambientale” e, prim’ancora, i siti di “rilevanza archeologica”. Eni inoltre dovrà avere ben in mente 5 aspetti. Primo: se durante le ricerche si ritrovano relitti di rilevanza archeologica bisogna sospendere tutto e dare comunicazione alla Soprintendenza. Due: Eni dovrà dare preventiva e anticipata comunicazione alla Soprintendenza della data d’inizio delle ricerche. Tre, le opere per il pozzo esplorativo comprensive delle prospezioni archeologiche dovranno essere autorizzate dalla Direzione generale per la qualità e la tutela del paesaggio dopo aver sentito le Soprintendenze. Quarto: raccomanda il rispetto delle misure di prevenzione e mitigazione indicate negli standard di buona pratica che sono: osservatori a bordo per individuare eventuali cetacei che potrebbero soffrire dall’uso degli strumenti, uso progressivo e graduale delle onde sismiche a bassa intensità, sospensione degli spari in caso di presenza di cetacei, in caso di avvistamento riprendere i lavori trenta minuti dopo l’avvistamento, minimizzazione della propagazione delle onde acustiche, prospezioni da condurre, per cortesia, senza interferire con i periodi di riproduzione dei mammiferi marini. Cinque, tutti i costi sono a carico dell’ENI. I pescatori dell’Agci Pesca di Taranto vogliono impedire le “devastazioni che colpirebbero la fauna e la flora marina”. La tecnica di ricerca di idrocarburi detta air-guns (utilizza l’aria compressa sparandola nelle profondità marine) ha comunque conseguenze non irrilevanti. L’Eni utilizzerà ancora quella tecnica? L’air-gun è un metodo di prospezione in grado di determinare l’andamento strutturale e stratigrafico dei fondali. Funziona attraverso una sorgente d’aria compressa che genera un’onda d’urto che si propaga nel mare e nel sottosuolo. L’utilizzo i sensori permette di capire quando l’onda incontra una superficie di discontinuità, ossia di separazione tra due strati diversi, cioè il giacimento di idrocarburi. L’utilizzo dell’air-gun ha già messo in allarme ambientalisti e operatori della pesca. Secondo studi scientifici, i pesci modificano il loro comportamento a causa delle onde emesse da apparecchiature come l’air-gun e la loro distribuzione spaziale risulta alterata. Inoltre, è stata evidenziata una riduzione della resa di pesca nelle aree in cui si svolgono le operazioni. Studi più recenti riportano come l’uso dell’air-gun potrebbe danneggiare seriamente la fauna ittica presente per oltre 58 giorni e provocare la diminuzione del pescato anche del 70% in un raggio di circa 40 miglia nautiche. Insomma tutto tranquillo e sottocontrollo, fino ad un certo punto. Non è di certo passato di già nel famigerato dimenticatoio l’abbattimento di tutti qui capi di bestiame a causa della diossina ed ora il rischio di mettere in ginocchio il settore ittico è da valutare e semmai da scongiurare. E forse il menù citato simpaticamente all’inizio lo ritroveremo per davvero in qualche noto ristorante della città. Se ciò accadesse, allora inviterei direttamente a cena tutta la classe dirigente della nostra città per abbuffarci a più non posso. E, se a qualcuno dei convitati tutto questo ben di Dio dovesse essere indigesto, tranquilli, tanto c’è “l’amaro” finale!
Antonello Corigliano
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